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Cenni Storici

I primi insediamenti

La più antica testimonianza di insediamenti umani nel territorio di Dolcedo si trova nei pressi del monte Follia, una cima di forma conica che si sviluppa sul versante meridionale del Monte Faudo; in questo sito sono state rinvenute le tracce di un sito per la lavorazione dei metalli, con fornaci e strutture abitative, la cui morfologia è riconducibile a quella dei castellari, tipiche fortificazioni risalenti all'età del Ferro generalmente costruite sulla sommità di colline, in punti strategici per l'avvistamento e la difesa ed in comunicazione visiva con gli altri castellari della zona.

Per quanto riguarda il paese vero e proprio, è possibile ipotizzare che I PRIMI NUCLEI ABITATIVI si disponessero in una fascia di territorio più alta rispetto all'attuale centro del comune, Piazza, e si trovano indizi di un primitivo insediamento a livello della chiesa di Castellazzo, la più antica costruzione della zona, sorta per opera delle suore Benedettine di Caramagna (CN) presenti nell'XI secolo a Porto Maurizio. Proprio a Castellazzo si trovava la residenza del funzionario del Marchese Arduino, signore di Ivrea, il quale aveva diritto di "tener milizia, riscuotere gabella" e amministrare la giustizia; caduto Arduino, la stessa "marca" passò ai vassalli, prima ad Adelaide, poi ai marchesi di Clavesana.

Una vera rivoluzione economica e sociale avviene a partire dal 1103, data in cui il vescovo di Albenga cede la chiesa di San Tommaso ai monaci benedettini dell'isola di Lerino; è grazie a costoro, infatti, che comincia la diffusione della coltura dell'olivo nelle campagne di Dolcedo, attività che assume progressivamente sempre maggiore estensione sino al suo massiccio impiego intorno al XVII secolo. Cambiano le abitudini, muta il paesaggio, e i Dolcedesi spostano le loro abitazioni a fondovalle, dove le acque del torrente Prino e del Rio dei Boschi divengono la forza motrice per i numerosi frantoi costruiti per la spremitura delle olive (alcuni storici ne hanno contati più di cento!). Il paese acquista le forme attuali, con le due sponde del torrente Prino arginate da alti palazzi e collegate dal ponte dei Cavalieri di Malta , costruito, come riporta l'iscrizione murata sul parapetto, nell'anno 1292.

Il Terziere di San Tommaso

Nel 1161 Dolcedo si affranca dalla condizione di feudo dei Marchesi di Clavesana ed entra a far parte della Communitas di Porto Maurizio col nome di TERZIERE DI SAN TOMMASO, associandosi al terziere di San Giorgio di Torrazza e a quello di San Maurizio; secondo gli storici locali le sollevazioni dei Dolcedesi erano dovute all'esercizio spudorato dello "ius primae noctis" da parte del signore, ma molto probabilmente le sue colpe dovevano essere soltanto fiscali.

Questa alleanza amministrativa con la città costiera comporterà una forte influenza genovese, infatti nel 1228 i feudatari vendono, per 250 lire annue, i diritti su Dolcedo alla Repubblica di Genova, la quale già da tempo stava estendendo i suoi possedimenti nel Ponente.

Dieci anni dopo, nel 1238, il paese si astiene dalla insurrezione messa in atto da Porto Maurizio contro lo strapotere genovese e si autoproclama indipendente firmando un solenne atto di autonomia e creando un nuovo gonfalone cittadino.

Il Comune di Dolcedo

Ben presto Genova riporta il suo dominio sul territorio ed istituisce un regime di sudditanza che dura sino al 1613, anno in cui concede al terziere di San Tommaso l'autonomia amministrativa in virtù della sua comprovata fedeltà alla Repubblica: nasce il COMUNE DI DOLCEDO.

Intanto, nel corso della dominazione genovese, molte famiglie nobili della città avevano acquistato terreni a Dolcedo ed in particolare i Doria, i quali, allo scopo di ottenere quei titoli di benemerenza che avrebbero loro garantito l'ingresso nel Senato della Repubblica, lasciarono in eredità ai Dolcedesi il diritto di essere curati gratuitamente presso l'ospedale Galliera di Genova.

Una volta ottenuta l'indipendenza, il paese dà avvio ad un progresso che lo porterà a diventare il centro economico della val Prino, vestigia di questo fiorente passato sono le misure per l'olio, il vino e le aste murate nella loggia sotto il palazzo comunale, le numerose botteghe con le tipiche finestre aperte sul lato dell'ingresso a mo' di bancone per la vendita, le case torri per l'avvistamento e la difesa, il Monte di Pietà, istituito sin dal 1505 dal frate domenicano padre Agostino da Savona, i cinque ponti e i numerosi frantoi e mulini lungo il Prino.

D'altro canto il nome stesso del centro del paese, "Piazza", ci comunica la sua vocazione commerciale come luogo di incontro e di scambio tra le popolazioni limitrofe.

A Dolcedo nasce una sorta di nobiltà terriera di cui i nomi più rappresentativi ricorrono ancora oggi fra i residenti: Ajrenti, Ascheri, Berti, Lupi, Orengo, ad essi si associano notai e avvocati, oltre alle attivissime corporazioni artigiane; si innalzano palazzi di una certa ambizione, vi è addirittura un orologio pubblico (cosa assai rara a quei tempi), la parrocchiale viene quasi interamente demolita e riedificata in forme sontuose, i Domenicani costruiscono il convento con la Chiesa omonima, viene istituita una scuola di "rettorica" che dà nomi illustri (un vice-re di Sardegna, un importante teologo, un arcivescovo), avranno sede la pretura, l'ospedale e un presidio fisso di soldati.

Conca d'oro

Sarà l'olio il filo conduttore dell'economia dolcedese, dal Medio Evo ai giorni nostri; infatti, la produzione di olio d'oliva e derivati è ancora una voce fondamentale fra le attività lavorative del paese e già dal XIV secolo fece attribuire a Dolcedo l'appellativo di "CONCA D'ORO".

Accanto all'olivicoltura, nel passato fu molto intesa la tessitura di lana locale, da cui derivava l' "arbasino" o "arbaxo", un tessuto di grande robustezza utilizzato per confezionare gli abiti dei popolani; le fabbriche più rinomate nei secoli XIV e XV erano quelle dei Gazzano di Dolcedo e dei Riccardi di Castello.

Nel 1840, il Casalis, compilando una panoramica sulla situazione socioeconomica degli Stati del Re di Sardegna, alla voce Dolcedo così definisce i suoi abitanti: "i Dolcedesi sono in generale di complessione robusta, di lodevol indole e di aperto ingegno: si applicano massimamente nell'agricoltura e al traffico." (Casalis G:, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati dei S.M. il Re Sardegna, Torino, Maspero e Marzorati, 1840, vol. VI)



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